La sciuscella: Pane di San Giovanni e cioccolato energizzante della mia infanzia a Tremiti.

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«il Carrubo non muore mai […] perché il fuoco solamente può cancellare il Carrubo dal suo posto; e bisogna che il fuoco ne distrugga totalmente la ceppaia, perché non lo veggiate rinascere dalle sue ceneri» (Avolio 1875: 491-492).

La macchia sull’isola di San Domino, dominata  dal lentisco, mirto e altre specie arbustive ed erbacee, un tempo era accompagnata dall’olivastro e dal carrubo (Ceratonia siliqua) albero o arbusto, monoico o dioico, dimensioni tra 1 e 8 m di altezza i cui frutti che  maturavano a fine estate (agosto-settembre), erano localmente noti come sciuscelle, (dal latino iuscellum, che significa “brodetto”, in riferimento a uno dei modi in cui venivano cotti i frutti). Le carrube utilissime nei secoli per l’economia contadina, erano presenti nel paesaggio agricolo, “pre-turistico” di San Domino,  nella zona soprastante Cala Matano; i baccelli venivano utilizzati come alimento privilegiato per gli animali, ma all’epoca, anche per i bambini dell’isola erano un surrogato del cioccolato, naturalmente dolce, energizzante e ricco di fibre. Questa pianta e i suoi frutti che in passato hanno avuto una storia importante, è oggi sporadica presenza dei paesaggi naturali più integrali perciò “frutto minore”. Fino agli anni sessanta invece l’Italia era uno dei paesi di maggior produzione, il crollo avvenuto negli anni successivi è stato inesorabile. La forte riduzione della coltivazione ha determinato però la perdita della biodiversità, nel senso che sono scomparse o stanno per sparire molte varietà di carrubo che erano un elemento strutturale dei nostri paesaggi rurali insieme ad altre specie arboree. Oggi questo prezioso fusto è stato sacrificato per far posto al verde ornamentale di cipressi, eucaliptus australiani e pini che non sono piante tipiche della costa mediterranea. La conservazione di questa e altre specie di piante è possibile solo grazie al lavoro delle istituzioni scientifiche, agli orti botanici o ai singoli amatori che continuano a mantenerle in vita.

 

Antique illustration of Ceratonia siliqua (carob tree)

Generalità

Il Carrubo e’ una pianta originaria del bacino meridionale del Mediterraneo. Diffuso nell’Italia meridionale, specie in Sicilia e Sardegna. Gli esemplari piu’ a nord si trovano sul promontorio dell’Argentario (Toscana). Albero robusto, alto 7-10 m, dal portamento espanso tabulare.
Tronco piu’ o meno difforme, con corteccia liscia, bruno-rossa. Foglie alterne, persistenti, composte da 2-5 paia di segmenti ovali, rotonde o smarginate all’apice. I fiori, in prevalenza unisessuali, tendono a ripartirsi su piante separate in base al sesso, determinando nella specie un comportamento essenzialmente dioico. Molto piccoli e di colore verde-rossastro (privi di corolla, calice con 5 sepali presto caduchi), sono riuniti in grappoli cilindrici eretti, quelli maschili con 5 stami, quelli femminili con uno stimma sessile.
Il frutto (carruba) e’ una camara allungata e appiattita, di circa 2×10-15 cm, nerastra a maturita’, con epicarpo crostoso, mesocarpo carnoso, dolce e una fila di piccoli semi lenticolari, bruni, di consistenza lapidea.La crescita del carrubo e’ lenta, la sua longevita’ molto alta, fino a 500 anni. Caratterizza l’aspetto piu’ caldo della macchia mediterranea. La produzione di frutti per albero e’ molto grande. La polpa dolce di questo frutto, noto sin dalla piu’ remota antichita’, e’ abbastanza nutriente per cui certi popoli ne fecero, un tempo, una parte importante del loro vitto. La polpa fresca e’ assai gradevole e   un’azione leggermente lassativa; secca, al contrario, e’ astringente. Dalla fermentazione si puo’ ricavare alcol, mentre i semi forniscono appretti e gomme d’impiego industriale. Inoltre on le carrube si preparano mangimi per gli animali; dallascorza e dalle foglie si possono estrarre tannini. Da ultimo non va trascurato il valore ornamentale della pianta, molto indicata nell’abbellimento dei paesi costieri.

La carruba aiuta la peristalsi intestinale, abbassa il colesterolo ed è un ottimo alleato nelle diete dimagranti grazie al suo grande potere saziante. La polvere di polpa di carruba, ovvero la cosiddetta farina può essere impiegata alla base di numerose ricette per preparare budini e creme con nocciole o mandorle. Inoltre è un’ottima soluzione per chi è allergico o intollerante al cacao.

Origine del nome e curiosità

Il nome scientifico della specie è ceratonia siliqua. Entrambi i termini caratterizzanti tale nome (l’uno di origine greca, l’altro latina), richiamerebbero, a una prima analisi, la forma del frutto. In latino, infatti, siliqua non è altro che il baccello, mentre il termine ceratonia deriverebbe dal greco keras (che significa corno, secondo alcuni anche in questo caso per la forma del frutto), ma potrebbe anche richiamare, secondo altre interpretazioni, il termine keraunós, che significa fulmine. Difatti, una leggenda greca vuole che l’albero del carrubo abbia avuto origine proprio a seguito di un fulmine che colpì il corno di un toro. D’altronde, la credenza popolare vuole l’albero di carrubo come dotato di particolari significati simbolici e sede di poteri magicosoprannaturali. Esso è uno dei luoghi privilegiati dalle fate e dai demoni, che lo scelgono come residenza elettiva. La leggenda più celebre, è quella legata al nome popolare del frutto, pane di san Giovanni, con il quale esso è diffusamente conosciuto in tutta Europa, in base a una tradizione evangelica riportata sia da Marco che da Matteo. Essa narra di Giovanni Battista il quale, nel deserto, si cibò soltanto di locuste e miele selvatico, laddove pare che per locuste si debba intendere non gli insetti ma proprio il nostro frutto (tant’è che in alcuni Paesi dell’Europa settentrionale, l’albero di carrubo è chiamato proprio locust tree) e che tale erronea interpretazione sia dovuta, secondo il celebre filosofo Rudolf Steiner, a un refuso nella traduzione del brano evangelico. L’episodio appena citato ci consente di comprendere l’esistenza di un forte legame tra, da una parte, il frutto e la pianta del carrubo e, dall’altra, la tradizione culturale del Cristianesimo. Un legame che è sancito e riconfermato anche da altre vicende. È il caso, ad esempio, della parabola del figliol prodigo descritta nel Vangelo di Luca (XV, 16), laddove il protagonista, lontano da casa e parecchio affamato, invidia la condizione del maiale, perché almeno questi può cibarsi delle “dolci siliquie” (cit. in Coria 1982: 6).

Una curiosità è che i semi della sciuscella, scuri, tondeggiati e appiattiti, assai duri, ma soprattutto molto omogenei in peso, sono detti “carati” poiché venivano utilizzati in passato come misura dell’oro

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