L’antichissimo sogno dell’uomo che desiderava possedere le immagini di se stesso: il prodigio della fotografia

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Il 7 gennaio 1839, il celebre fisico Francois Arago, proponeva al governo francese di acquistare quella che fu chiamata la più grande scoperta del secolo: il procedimento che consentiva la riproduzione di immagini grazie all’azione fotochimica della luce: il dagherrotipo. Nell’ambito delle trasformazioni sociali, a partire dal 1840, la riproducibilità dell’immagine meccanica, significa una diffusione massiccia di copie, derivate da ogni negativo e in  seguito alla pubblicazione del procedimento di Daguerre, fioriranno numerose tecniche fotografiche fin verso il 1880. A tale data sono ormai definiti i grandi principi della fotografia moderna in bianco e nero e le modificazioni verteranno soprattutto sulla facilità di applicazione e sulla ricerca di materiali più sensibili. Tranne alcune eccezioni, quali i dagherrotipi, gli ambrotipi o i ferrotipi, che comprendono in una sola immagine un negativo e un positivo, i documenti fotografici si presentano sotto forma di negativi o positivi. Nei primi decenni dell’800 la fotografia entrò in scena prepotentemente, tra elogi e polemiche, destando grande interesse e suscitando un vivace dibattito nel mondo della cultura. All’inizio del Novecento, il rapido cambiamento della società portò a considerare la fotografia come un documento alla pari delle altre fonti documentarie quali leggi, trattati,atti pubblici, diari, lettere, memorie, in quanto testimonianza reale e visiva di qualcosa che non esisteva più. La Biennale di Venezia, già nel 1895 iniziò a conservare i materiali fotografici e nel 1927 l’Archivio fotografico nazionale della Direzione di Belle Arti aveva selezionato alcune decine di migliaia di lastre che rappresentavano le opere d’arte, l’architettura e il paesaggio. La fotografia diventava quindi uno strumento utile alla documentazione e per questoin grado di utilizzare tutte le possibili forme di strumenti tecnologici, diventerà cartolina, illustrazione di periodici a stampa, opuscolo, manifesto, locandina. Nell’immagine, ciò che conta, innanzitutto, è lo sguardo; la fotografia arreca un nuovo sguardo: il tempo e lo spazio si arrestano a immobilizzare ogni azione, circoscrivendo in modo deciso un luogo nei limiti del proprio ambito, essa capta tutto e fissa immediatamente tutto.

 Antichissimo sogno dell’uomo che desiderava possedere le immagini di se stesso e del mondo inviategli dagli specchi di cristallo o dall’acqua, la fotografia, si presentò come qualcosa di prodigioso, magico, in quanto riflesso palpabile di ciò che esiste o è esistito: individuo, oggetto, paesaggio, colti direttamente sul vivo. Nel 1991, Giancarlo Susini, Docente presso l’Università di Bologna affermava che “ Chi scatta una foto lo può fare per passione, per souvenir, per affetto, ma produce nel contempo – lo sappia e lo voglia o no – un bene culturale, cioè un rettangolo impressionato destinato a documentare uno specchio sociale, un arredo, un abito, un atteggiamento, un paesaggio”.

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