06 maggio 2026 – messaggio di Giovanni Marcone:
“Teresa ti ho appena inviato delle foto di un funerale che un signore di San Nicola mi fece riprodurre…non so di chi si trattasse, riconosco solo quello che aveva il chiosco bar in banchina a San Nicola …comunque si tratta di documenti storici, da autore ignoto, erano in un albumino di foto a colori…”

Son oggi anima e mare due pure solitudini, due luminosi azzurri dove confine non è
Le sequenze fotografiche che m’invia di tanto in tanto da stimare il fotografo e scrittore Giovanni Marcone, di cui coltivo da sempre una sincera,affettuosa amicizia, sono un pò come l’acqua per i pesci. Necessità biologica, quindi, oltre che scelta e vocazione per gli studi locali delle isole Tremiti; nel caso specifico, recupero e rivalutazione di un ricco patrimonio fotografico, quasi insospettato e prezioso . La fotocronaca di un funerale col trasporto della bara a spalla ne è l’esempio.
Si trattava di un’antica tradizione funebre del nostro Paese,che affondava le sue radici nella cultura contadina e popolare .Il trasporto della bara a spalla non riguardava solo lo spostamento della bara, ma la partecipazione emotiva,collettiva e rispettosa di chi restava. Gli “spallatori” si facevano carico fisicamente del peso dell’addio. Il percorso tremitese che,partiva dal villaggio di San Domino, per raggiungere il cimitero alla punta estrema di San Nicola era lungo e faticoso, rievocava le processioni del Venerdì Santo con le “maddalene” al seguito vestite di nero. Durissima era la fatica della salita delle rampe dell’abbazia-fortezza tra torri e bastioni,piombatoi e galere,con la bara portata a spalla nel silenzio ancestrale dell’isola, testimone della sua navigazione di vascello incantato del tempo, che rimurginava le proprie memorie, prostrata al degrado, prima dei restauri. In tutto dieci scatti di autore ignoto, come ignoto resterà il nome della “buonanima” per quel pietoso rispetto che si deve a chi non è più, che forse passò a miglior vita sul finire degli anni Sessanta del secolo scorso nella fioca luce di un giorno ventoso di febbraio o novembre,chissà! Il filo dei ricordi lascia in ombra altri nomi di persone a noi care che abbiamo accompagnato in processione, verso l’orizzonte purpureo del tramonto ma anche verso misteriose resurrezioni, quando eravamo tutti congiunti nel dolore, quando le barche erano tenute ferme nella Cala degli Schiavoni e alla Marina di San Nicola in segno di lutto. Giù per l’aspro sentiero del Pianoro asinario a sostenere il feretro riconosciamo i volti dei ragazzi di Tremiti, figli di pescatori e fanalisti, colonne della comunità isolana: Emilio Fentini, Attilio e Trifone Carducci, Pasqualino Cafiero, Franchino Fentini, Emilio Sciusco, Raffaele Pica, Luigino Santoro, Nicolino Pica, Peppino Pallesca, Mario Carducci. Penetrare queste commoventi fotografie significa sottendere alla memoria, agli atti del dolore della solidarietà, della rassegnazione e dell’invincibile speranza, ad una serie di riflessioni sostanziali ed esistenziali e lanciare messaggi ineludibili sul valore del sentimento, della spiritualità, per vivere meglio con noi e con gli altri. La vita senza solidarietà è un vuoto a perdere.
M.T. De Nittis
Galleria Fotografica:
(Foto 1-2) Arrivo del feretro da San Domino a San Nicola. Le foto mostrano il molo banchinato, il faro fanale a luce verde intermittente, posto su una colonna metallica sopra un casotto cilindrico, visibile a 6 miglia , l’edificio della vecchia Centrale termoelettrica in disuso e una porzione della ristretta spiaggia detta “marina” con alcuni barchini.
(Foto 3-4-5) Inizio salita prima rampa delle mura del corteo funebre, al bastione del Cannone, dai costoni sporgono grovigli di piante invasive.
(Foto 6) Il corteo funebre supera la vecchia porta e transita nel secondo Chiostro (Chiostro Nuovo) dell’abbazia di Santa Maria a Mare. Nella foto s’intravede il grandioso cenobio costruito dai lateranensi nel XV secolo con chiostro e portico con archi sostenuti da colonnine di stile jonico, adorno di medaglioni a rilievo con motti sacri. Nella foto in primo piano Emilio Fentini, seguono Attilio Carducci e il parroco [don Donato].Tra i phoros del feretro: Trifone Carducci, Pasqualino Cafiero, Franchino Fentini, Emilio Sciusco; s’intravede Raffaele Pica.
(Foto 7) Superata la galleria del torrione dei Cavalieri di San Nicolò, il Corteo funebre scende dalla porta d’uscita della fortezza con grande difficoltà e costeggia la base del maestoso bastione, giungendo al restringimento dell’isola, detta la Tagliata che conduce al Prato Asinario
(Foto 8 -9) Il corteo s’incammina verso la parte superiore dell’isola di San Nicola,odierno Prato Asinario che porta alle tombe greco-romane, alla vasca, adibita alla raccolta dell’acqua piovana, ultima opera dei badiali (nella foto in parte diroccata) e infine alla punta del cimitero del versante Nord-Est dell’isola, costruito nel 1806, dopo l’editto di Napoleone che vietava la sepoltura nelle cripte delle chiese. Dal Pianoro s’intravede il profilo del gargano.
(Foto 10) Il corteo giunge in prossimità del Cimitero: nella foto: i phoros del feretro: Federico Greco, Luigino Santoro, Emilio Sciusco; al seguito per la sostituzione: Franchino Fentini, Nicolino Pica, Peppino Pallesca, ultimo Mario Carducci.
Nota al testo:
“Dies illa” è un’espressione latina che significa “quel giorno”. È parte integrante della celebre sequenza medievale Dies irae, attribuita a Tommaso da Celano, e si riferisce specificamente al Giorno del Giudizio.
Significato letterale: “Dies irae, dies illa” si traduce come “Giorno d’ira, quel giorno”.
La frase è famosa anche per essere stata musicata da numerosi compositori nella messa da requiem, tra cui Verdi, Mozart e Berlioz.




















