Quando la salute veniva dalla terra. Infusi, tisane e decotti delle nonne tremitesi

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di Maria Teresa De Nittis

Come figlia di isolani, sono stata nutrita dall’amore per la natura e a riconoscere erbe e piante spontanee nei campi e negli incolti di San Domino e le loro preziose proprietà e, con una certa nostalgia degli anni della mia infanzia mi ricollegano a mia madre, e alla nonna che, sapeva riconoscere in ognuna le virtù terapeutiche e ci curava e guariva con esse; ma non solo: erano un risorsa alimentare importante per la nostra piccola comunità rurale. Cicorie e papaveri, ortiche e malva, e crescione, finocchio selvatico, ecc. si rivelano, ancora oggi, ottimi ingredienti per minestre, frittate, risotti, insalate utili per una sana e gustosa alimentazione. Nel corso degli anni e con l’evolversi dello sviluppo nella “società dei consumi”, il turismo, l’aumento della quantità e della qualità dei servizi, ecc., hanno portato certamente un grande miglioramento delle condizioni di vita,  tuttavia ciò ha determinato una serie di conseguenze, come il consumo del territorio e di risorse, , l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, l’incremento di gravi patologie, la perdita di valori e delle tradizioni. In particolare, si è quasi abbandonato l’uso del dialetto e dei nostri saggi proverbi, salvo poche eccezioni, i giovani agricoltori,  non conoscono le piante spontanee e i vari usi per i quali esse un tempo si cercavano e si raccoglievano. In questi ultimi decenni, ci siamo accorti che la civiltà tecnologica non rimedia a tutti i problemi e abbiamo riscoperto la terra, i prati, le erbe, cercando di ritrovare l’antico, e  mai deludente, contatto con la culla delle nostre origini. Perciò oggi, torniamo a raccogliere le piante e a utilizzarle, senza la fiducia cieca di un tempo, ma con la consapevolezza obiettiva della loro utilità.

La nonna Tullia a Tremiti e le donne del villaggio utilizzavano le erbe con preparazioni semplici e facili come infusi e decotti, che ricalcavano quasi integralmente, in forma solubile, il complesso delle sostanze contenute nella pianta. I rimedi che venivano usati normalmente come sedativi e per curare infiammazioni e le irritazioni della gola erano infusi e decotti di camomilla, malva e carrubo.

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Camomilla (Matricaria chamomilla)

Il nome generico Matricaria della camomilla deriva dal latino matrix e ricorda l’azione che la camomilla esercita sulla muscolatura dell’utero; altri ritengono invece che derivi da mater, “madre”. In entrambi i casi questa pianta ha lo stesso profumo di fiori di campo, e di mele che, aveva mia madre. Mi sembra già di vederla, a fine Giugno, quando chiudevano le scuole e ritornavo a casa, china nel prato, un tempo da fieno, nei pressi della nostra casa rurale a raccogliere tante piantine di camomilla.  Di mia madre, dei nostri giorni luminosi, della sua ultima raccolta, a distanza di tanti anni, conservo ancora quei fiori di camomilla, mi sembra di ricevere  la sua energia lenitiva per ogni dolore.

La camomilla (Matricaria chamomilla) è una pianta aromatica della famiglia delle Asteraceae a portamento cespuglioso, non supera in genere i 50 cm nelle forme spontanee, mentre nelle varietà coltivate può arrivare agli 80 cm. Ha più fusti che partono dalla base, più o meno ramificati nella porzione superiore e una radice a fittone. Le foglie sono alterne e sessili, oblunghe, con lamina è bipennatosetta o tripennatosetta, con lacinie lineari molto strette. I fiori sono riuniti in capolini con ricettacolo conico e cavo. Cresce spontaneamente nei prati e in aperta campagna, non oltre gli 800 m, diventa spesso invadente comportandosi come pianta infestante delle colture agrarie. È una specie rustica che si adatta anche a terreni poveri e acidi. Il nome deriva dal greco chamàimēlon parola formata da chamài “del terreno” e mēlon, “mela” per l’odore che somiglia a quello della mela nana; questa derivazione è conservata nel nome spagnolo “manzanilla”, da manzana, che significa “mela”. Il nome del genere, Matricaria, proviene dal latino matrix, che significa “utero”, con riferimento al potere calmante nei dolori mestruali. Conosciuta fin dall’antichità per le sue notevoli proprietà sedative e calmanti, ha anche effetti ipoglicemizzanti utili in caso di diabete. Con i fiori di camomilla si preparano infusi notoriamente adoperati per le loro virtù blandamente sedative, utile in caso di crampi intestinali, cattiva digestione, sindrome dell’intestino irritabile, spasmi muscolari e dolori mestruali, ma anche in caso di tensione nervosa e stress. Le tisane ottenute con questa pianta eliminano i gas intestinali e favoriscono la digestione, producendo un generale miglioramento delle funzionalità del sistema gastroenterico. Come la malva, la camomilla è dotata di buone proprietà antinfiammatorie naturali, grazie all’azione protettiva sulle mucose esercitata dalle mucillagini e dai componenti del suo olio essenziale (azulene e alfa-bisabololo). Per questa ragione è utilizzata come rimedio lenitivo, decongestionante, addolcente e calmante, in tutti tipi d’irritazioni dei tessuti esterni e interni: dermatiti, ferite, ulcere, gastrite, congiuntivite, riniti, irritazioni del cavo orale, gengiviti e infiammazioni urogenitali.

Modalità d’uso

Uso interno – Infuso: 1 cucchiaio raso fiori di camomilla, 1 tazza d’acqua. 
Versare la camomilla nell’acqua bollente e spegnere il fuoco. Coprire e lasciare in infusione per 5 min. Filtrare l’infuso e berlo in caso di tensione nervosa, cattiva digestione e crampi.

Uso esternoImpacchi con compresse di garza sterile imbevute di infuso, sono ottime per gli occhi stanchi, rossi, o in presenza di congiuntivite, per purificare la pelle e per cicatrizzare le ferite.

I gargarismi con l’acqua dell’infuso aiutano nelle infiammazioni della bocca.

Controindicazioni – L’assunzione della camomilla non ha particolari controindicazioni. Gli unici effetti collaterali che possono verificarsi sono collegati ad eventuali reazioni allergiche dovute alla presenza di lattoni sesquiterpenici nella pianta.

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La malva è una pianta erbacea perenne o biennale, dotata di un robusto apparato radicale e di un fusto poco ramificato che può raggiungere altezze anche superiori al metro. Le foglie sono palmate e di dimensioni variabili e i fiori, privi di profumo, sono costituiti da una corolla a cinque petali striati nelle tonalità del rosa, lilla e porpora. I frutti che si sviluppano dopo la fioritura sono piccoli, di colore verde che vira poi al marrone a maturazione.Tutte le parti della pianta sono commestibili e possono essere utilizzate in cucina: le foglie si utilizzano soprattutto per addensare minestre e
zuppe, il midollo dei fusti si consuma crudo o cotto come verdura, mentre i fiori e i frutti acerbi si usano a crudo per decorare insalate e altri piatti freddi. Esistono diversi tipi di malva oltre alla Malva sylvestris, tra cui ricordiamo: la Malva neglecta; la Malva nicaeensis che si utilizzano con le stesse indicazioni. Habitat della malva – La malva è una pianta diffusa allo stato spontaneo e molto comune in tutte le regioni a clima temperato dove è possibile trovarla anche in contesti urbani ovunque ci sia un prato, giardino o anche una piccola aiuola.Le virtù emollienti della malva sono conosciute e apprezzate sin dai tempi antichi, infatti, il suo nome deriva dal latino “mollire” cioè “capace di ammorbidire”. Ippocrate la raccomandava per le sue proprietà emollienti e lassative, ma era utilizzata anche come cibo dalle persone povere. In effetti, è ottima nelle minestre o lessata e condita con olio e sale.La malva (Malva sylvestris) è una pianta appartenente alla famiglia delle Malvaceae molto diffusa in tutte le regioni a clima temperato. Grazie alle sue proprietà emollienti e antinfiammatorie, è utile contro la tosse, ma anche per regolare le funzioni intestinali e per calmare le irritazioni di pelle e mucose. La malva è una pianta ricca di mucillagini, flavonoidi tannini, vitamine e minerali e, per le sue proprietà, viene impiegata sia come rimedio naturale sia come alimento. L’erboristeria utilizza i fiori e le foglie della malva per le proprietà emollienti e antinfiammatorie date dalla capacità protettiva delle mucillagini su pelle e mucose. Le foglie e i fiori raccolti in estate vengono utilizzati contro la tosse secca e per alleviare infiammazioni a carico di gola, faringe e laringe. L’uso della malva è impiegato anche in caso di irritazioni del cavo orale (gengiviti, stomatiti, ascessi) e dell’esofago, ulcere gastriche e duodenali e per calmare le infiammazioni alla vescica e le irritazioni vaginali.La malva è poi ampiamente impiegata anche nel trattamento di infiammazioni intestinali, coliche e stipsi lieve, grazie all’azione lenitiva e blandamente lassativa, dovuta alla capacità delle mucillagini di formare una sorta di gel, che ammorbidisce le feci e aumenta la massa fecale, favorendone l’eliminazione.La malva può essere utilizzata internamente ed esternamente sotto forma di infuso da bere o da applicare localmente.

Uso interno

L’infuso si prepara sistemando una manciata di fiori e foglie freschi o essiccati in acqua fredda, lasciando poi macerate per una notte per estrarre le mucillagini presenti nelle foglie. La tisana di malva può essere consumata dopo averla filtrata ed eventualmente riscaldata brevemente. La si può bere più volte nel corso della giornata in caso di tosse, mal di gola, stipsi e irritazioni a carico dell’apparato gastrointestinale.

Uso esterno

L’infuso preparato con le foglie e i fiori di malva può essere utilizzato anche per gargarismi, risciacqui del cavo orale e lavande vaginali esterne per alleviare le irritazioni delle mucose. È anche possibile effettuare impacchi di malva utilizzando del cotone imbevuto con l’infuso da applicare localmente per qualche minuto in caso di prurito, arrossamento, irritazioni e secchezza della pelle.

Rimedi alla malva contro i foruncoli – Fate bollire 2-3 foglie di malva fresca, scolatele e immergetele nel composto formato da una tazzina di pompelmo e una di succo di pomodoro; applicate le foglie sulla parte interessata lasciandole in posizione per trenta minuti, poi sciacquate con acqua fredda acidulata con il succo di mezzo limone e asciugate tamponando, senza sfregature. L’operazione va ripetuta un paio di volte il giorno. Scaldate in un tegamino a fuoco dolce dei pezzetti di radice essiccata e applicateli caldi sui foruncoli per accelerarne la maturazione.

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Il carrubo è una pianta rustica che non presenta particolari esigenze colturali. Cresce bene nei terreni aridi e poveri, compresi i suoli molto calcarei. Soffre le basse temperature e in genere non sopravvive alle gelate invernali. Al contrario, gradisce molto i climi secchi e caldi. A San Domino, al di sotto del Belvedere, erano presenti esemplari di carrubo (Ceratonia siliqua), l’ albero sempreverde originario del Mediterraneo meridionale, appartenente alla famiglia delle Caesalpinaceae. Il frutto (carruba) è un grande baccello appiattito lungo 10-20 cm. All’aspetto è cuoioso, inizialmente di colore verde chiaro tendente al marrone scuro con la maturazione. In superficie è duro e compatto, mentre la polpa interna è carnosa e zuccherina. All’interno dei frutti si trovano anche semi scuri e tondi detti ‘carati‘. Il nome deriva dal fatto che in passato venivano utilizzati per misurare l’oro. Essendo un alimento saziante, la carruba è consigliata nelle diete ipocaloriche. Ogni 100 gr di carruba si assorbono circa 250 calorie e ben 23 gr di fibre. Il consumo moderato interferisce con l’attività degli enzimi digestivi. Essa, infatti, stimola il senso di sazietà e favorisce la regolarità intestinale grazie al notevole apporto di fibre alimentari. L’elevato contenuto di fibra è ssociato ad un apporto glicemico molto basso. Ecco perché la crruba è consigliata nell’alimentazione dei soggetti affetti da diabete.

Il decotto di carrube era molto usato dalle nostre ave, durante la stagione fredda e nelle fasi più acute di mal di gola, raffreddori, tosse e influenze intestinali. Le carrube, inoltre, sono ricche di calcio, ma non contengono ossalati, capiamo bene come chi ha un aumentato fabbisogno di questo minerale, possa giovare dal loro consumo. Di certo il decotto dona un apporto blando di calcio rispetto alla polvere consumata in acqua calda, ma permette comunque di assumerne una certa quantità, anche ridotta. Il decotto di carrube non contiene caffeina, diventando anche un ottimo tè della sera. Per farlo riempiamo un pentolino con 750ml di acqua per 3 frutti del carrubo spezzettati. Volendo possiamo aggiungere anche chiodi di garofano o anice stellato per profumare. Se vogliamo un rimedio espettorante, le foglie di menta possono anche essere addizionate al nostro decotto. A fuoco medio portiamo ad ebollizione la bevanda e lasciamo sobbollire per circa 10 minuti a fuoco dolce, dopo di che spegniamo e lasciamo in infusione per un altro quarto d’ora, poi filtriamo e beviamo ancora caldo. Per dare sollievo alla gola irritata, sorseggiamo tiepido dolcificato con miele.

Tisane, infusi e decotti

I termini “tisana”, “infuso” e “decotto” vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma indicano preparazioni differenti.

 Una tisana è un infuso o un decotto di varie sostanze vegetali (tisana di camomilla, tisana di tiglio, ecc). Si ottiene tramite infusione o bollitura di varie parti (fiori, foglie, frutti, radice, corteccia e semi) di diversi tipi di piante. Gli infusi e i decotti, quindi, sono due tipologie (diverse) di tisane.

Un infuso è una bevanda ottenuta facendo macerare in acqua bollente erbe o spezie, procedimento finalizzato a estrarre da queste ultime principi attivi, medicinali e aromatici (esempio: infuso di tè, infuso di camomilla, infuso di malva). Solitamente per preparare un infuso si utilizzano le parti più delicate della pianta(soprattutto fiori, foglie e frutti); queste, in forma essiccata, vengono immerse nell’acqua precedentemente portata a ebollizione. Il tempo di infusione varia da erba a erba; prima di essere servito l’infuso deve essere filtrato. Si parla di infuso anche quando l’infusione di erbe, spezie e simili viene effettuata in alcol (esempio: infuso di rabarbaro).

 Un decotto è una bevanda a base di sostanze vegetali bollite in acqua. A differenza di ciò che accade per l’infuso, il decotto si ottiene generalmente facendo bollire le parti più dure della pianta (ad esempio radice, corteccia e semi), che vengono immerse nell’acqua ancora fredda; l’acqua viene poi portata a ebollizione a fiamma bassa e il preparato viene poi lasciato sobbollire dolcemente per un tempo variabile. Il decotto prima di essere servito deve essere filtrato.