Tremiti agricola tra recupero del passato e un futuro da inventare

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di Maria Teresa De Nittis

Se la storia di San Nicola è antica e complessa quella di San Domino si sviluppa nell’arco degli ultimi decenni, quando entrata in crisi l’economia tremitese dopo la chiusura della colonia penale, gli isolani trovarono nel turismo una nuova redditizia risorsa, merito delle ricchezze naturalistiche di San Domino che ne favorì l’insediamento. L’isola di S. Domino la più vasta del gruppo, era anche più coltivata sin dai tempi più remoti, ma i coloni che s’insediarono durante il periodo borbonico e successivi, ereditando già dai laboriosi monaci l’”Orto del Paradiso” erano coloni poveri, inclini all’ozio, ignoranti delle regole dell’agricoltura. Il territorio dell’isola, leggermente inclinato da Mezzogiorno a Tramontana,era ricoperto da un fitto bosco di pini e lecci nella parte più alta, e coltivato nel rimanente a grano, granturco, legumi ed ortaggi e diversi cespugli di oleastro, avanzi di antiche coltivazioni di ulivi.

Il 21 Gennaio 1932 (R.D.Legge n.35) le isole Tremiti diventano Comune autonomo; nel 1935, per volontà del Duce venne edificato a San Domino il villaggio rurale con lo scopo di avviare una prosperosa attività agricola. Il complesso rurale era composto da 12 casette disposte fra campi e vigneti a ridosso della pineta a 61 m. sul livello del mare ai due lati di una strada pianeggiante, lunga 350 m., limitata a sud dal comprensorio ex cantina sperimentale della colonia penale, a nord da una piazzetta con un grande fabbricato da cui si accedeva alle camere e alla terrazza, tramite due scalinate esterne. Le casette, che potevano ospitare ben due famiglie di agricoltori erano composte da un pianterreno coperto da tettoia, da un deposito centrale per gli attrezzi agricoli e dalle soffitte, furono consegnate nel settembre del 1940 dal Ministero dei lavori pubblici al direttore della Colonia di Confino, il Commissario Coviello. Qui nel 1942 furono internati cinque ebrei stranieri e alcuni italiani. Per un breve periodo risultò internato Raffaele Cantoni, futuro presidente dell’Unione delle Comunità israelitiche italiane. Il villaggio rimase abbandonato fin dopo la seconda guerra mondiale, quando nel 1946, con l’abolizione della colonia di confino, una parte della popolazione di S. Nicola, occupò le casette dietro concessione del Comune che le assegnò a 28 capi famiglia. Negli anni cinquanta, San Domino a giudicare dai molti edifici abbandonati appariva come una terra di emigranti, ma in realtà non lo era, gli edifici “i Cameroni”, facevano parte del complesso della colonia penale che gli isolani davano in affitto per poco ai forestieri. Un contributo significativo, alle innumerevoli richieste di soggiorno alle Tremiti del nascente turismo, difatti, si deve alle dodici famiglie del villaggio rurale, che si adoperarono a garantire un servizio di camere con pensione completa di vitto ed alloggio ai turisti.

 Nel saggio di Enzo Mancini, “Isole Tremiti Sassi di Diomede” viene riportato il computo delle colture, estratto da:  AA.VV., tuttitalia, Enciclopedia dell’Italia antica e moderna, Firenze,S.A.D.E.A.,1965 ; AA.VV., Città e Paesi d’Italia, Novara, De Agostini, 1968, Vol.IV. :

Il Catasto agrario del 1929 forniva i seguenti dati sulle coltivazioni in atto nelle tre isole principali:

Nel 1953 l’utilizzazione agricola del suolo non era sostanzialmente mutata, salvo che nell’isola di San Nicola e nell’isola di Caprara dove il seminativo ed  il vigneto si erano ridotti per lasciare spazio al pascolo, come risulta dalla tabella seguente:

Il terreno seminativo di San Domino era soprattutto riservato alla coltivazione di cereali, legumi ,orticoli, e piccoli frutteti.

Negli anni Sessanta e di più negli anni Settanta i tremitesi perdono la vocazione agricola, prima a favore dell’attività peschereccia poi abbandonata quasi totalmente anche questa per abbracciare i vantaggi dell’imminente turismo. L’Ente Provinciale per il turismo di Foggia nell’ambito del programma per la valorizzazione dell’arcipelago delle isole, ottenne l’approvazione del piano di lottizzazione dei terreni agricoli in aree fabbricabili; terreni che inizialmente erano stati assegnati a prezzi irrisori di 80 e persino 50 lire al m2. con il risultato di consumo di suolo naturale agricolo della limitata superficie dell’Isola (208 ha). Anche la pastorizia subiva una notevole riduzione nei capi di allevamento. Dai 433 capi allevati nel 1953 (di cui 5 equini, 35 suini,250 ovini,143 caprini) si scendeva ai 135 capi allevati nel 1977(di cui 5 bovini, 10 suini,20 ovini,100 caprini). Di conseguenza il fabbisogno di carni e di latticini doveva essere importato dal continente.

Nel 1953 le statistiche suddividevano la popolazione tremitese attiva nelle seguenti categorie e percentuali: pescatori 80%agricoltori 14%commercianti 4% – altri 2%

In 20 anni, cioè nel 1973, la situazione era così mutata: Commercio e turismo 65%pesca 26%altre attività 6,5%agricoltura 2,5%.

 Questo cambiamento segnava una cesura storica importante per le isole Tremiti; si apriva sì un  altro futuro, dal momento in cui il paesaggio diventava anche bellezza paesistica, obbligando i nativi a sfruttarlo intensamente ma comportava una scelta: quella delle relazioni tra usi produttivi del territorio e controllo del paesaggio.

I discendenti delle famiglie rurali, le cui tradizionali attività agricole alternate alla pesca davano lavoro e sussistenza a quasi tutti gli abitanti dell’arcipelago seppure con un reddito a basso livello, scoprirono nel turismo un’attività più redditizia che inevitabilmente segnò lo spopolamento delle isole. La contaminazione del consumismo produsse la trasformazione della popolazione tremitese dedita nel passato ad uguali attività economiche: il piccolo commercio, l’artigianato, l’agricoltura e soprattutto la pesca del pesce azzurro. Attività che li rendevano tutti uguali.

Oggi la popolazione residente alle Tremiti è di 489 abitanti circa, che si riduce alla metà dopo il flusso turistico estivo. Nei mesi invernali, da ottobre a marzo-aprile le famiglie si trasferiscono nelle città di terraferma per garantire ai figli  istruzione e continuità didattica alle scuole dell’obbligo o per curare interessi altrove.

 A cinquant’anni di distanza ben poco è cambiato dal cosiddetto “boom economico” che si verificò in Italia tra il 1955 e il 1970. Le attività di pesca, allevamento e agricoltura restano un pallido ricordo del passato, l’economia dell’arcipelago delle Tremiti si basa interamente sull’attrattività turistica, che occupa l’80% della popolazione residente. Tuttavia,  grazie al sostegno del Parco del Gargano e all’ A.M.P.I  istituito nel 1995 che definisce con chiarezza gli scopi dell’Ente, votato al progresso, nel rispetto dell’ambiente, si assiste a un modesto sviluppo rurale delle isole, tant’è vero che alcuni giovani tremitesi dopo il diploma di maturità o di laurea, tornano decisi a restare sulle isole tutto l’anno con nuovi progetti di qualità che parlano al futuro e danno origine a nuove culture locali: prendiamo per esempio il “Progetto di Studio Ricerca e Produzione del “Miele selvatico delle isole tremiti”” di Loredana Carducci.

Attualmente sull’isola di San Domino ci sono due allevatori, Dino Greco e Raffaele Carducci che si occupano della crescita e riproduzione del bestiame, limitato a capi equini, ovini e agli animali da cortile. Nell’allevamento di Dino Greco troviamo anche le Australorp, le galline ovaiole, originarie dell’Australia dalle dimensioni generose.

Sulla grande radura del Prato Asinario di San Nicola e oltre, viene allevata allo stato semi-brado la capra Rustica che per anni ha ricoperto un ruolo fondamentale nella tutela dell’ambiente e del paesaggio utilizzando il pascolo  naturale dell’isola e in particolare i prodotti della macchia mediterranea. Negli appezzamenti di terreno di San Domino rispuntano piccoli orti familiari con le relative coltivazioni stagionali (pomodori, fave,piselli, melanzane, zucche,zucchine, meloni,cocomeri e piante aromatiche, alloro, rosmarino, salvia, capperi) e scarsi ancora gli alberi da frutta (agrumi, fichi, mandorli, albicocchi, peri melograni).

Il terreno agricolo dei Fratelli De Nittis e di Emilio Sciusco in località Tramontana a nord di San Domino è noto per l’uliveto in piena produzione e per gli ultimi due bellissimi vigneti superstiti, ricordo di profumi e sapori delle antiche vigne Carducci e di un passato dimenticato,  ma col suo vino dal carattere unico, Emilio Sciusco riesce ancora a farci apprezzare e ad amare.

Ai tempi del confino sull’isola Caprara si coltivavano cereali, erbe da pascolo e vigneti ma di queste colture è rimasta memoria soltanto nei toponimi  della Cala del fascinaro e della Cala del cafone, lo scalo naturale per la casa, dove vivevano persone confinate, (di qui il nome di cafone) dedite all’agricoltura e alla pastorizia. Oggi la vegetazione dell’isola è frammista a graminacee, cespugli di lentisco, cardi e capperi che sono ormai il pallido ricordo di un’abbondanza che diede il nome all’isola ( Capperaia).

La storia dell’ uomo è sempre stata accompagnata dalla presenza degli animali. I primi ad essere allevati, circa undicimila anni fa, furono gli animali da carne, come caprini e bovini. In tempi successivi, avvenne l’addomesticamento degli animali da lavoro e da soma: tra questi vi era anche l’asino discendente con molta probabilità dall’Equus asinus africanus, diffuso successivamente  in Siria, Mesopotamia, Persia, Tibet e in tutta l’Asia, giugendo in Europa durante il Neolitico.

L’asino (Equus asinus domesticus), infatti, grazie alla resistenza e alla innata docilità è da sempre stato impiegato in agricoltura, adatto a sopportare le fatiche dei lavori nei campi e come mezzo di locomozione. Veniva adoperato per il tiro dei carri, per la sella, per il lavoro agricolo, e per il basto oltre che per trasportare carichi di vario genere. L’assenza di un asino in una famiglia di contadini significava una mancanza grave come ricorda questo detto: “non c’è somaro più somaro di un contadino senza somaro”.Gli asinelli di Tremiti, oggi scomparsi erano  di grande aiuto per la dura vita sull’isola, considerati dei veri e propri componenti della famiglia, e quasi ogni famiglia nel villaggio  ne custodiva gelosamente almeno uno, in vista soprattutto dei lavori agricoli, per il trasporto della legna e dell’acqua con i barili dalla cisterna dei  Benedettini.        

        

 La presenza dell’asino sulle isole risale a tempi remoti, e don Benedetto  Cocarella, nella Cronica Istoriale di Tremiti ( capitolo 7 ) dimostra la loro presenza per il trasporto di munizioni durante l’assalto dei turchi di Solimano II  nel 1567 alla fortezza di San Nicola  ”…Indi salendo nel corpo del Monastero per una larga e comoda scala (per rispetto de’ Asinelli che vi ascendono carichi di legni, e di varie monitioni per la fortezza) …”

 Una proposta interessante: Slow trekking con gli asinelli tra costa e sentieri.

Un’isola, San Domino dalla natura affascinante che si presta a essere girata a piedi, in bicicletta o, volendo…  accompagnati da simpatici ciuchini! Per sfruttare al meglio le sue risorse  economiche, scientifiche, educative, ricreative ed estetiche una proposta interessante all’Ente Parco potrebbe essere quella di far ritornare gli asinelli, animali dal carattere dolce ed empatico e utilizzarli per passeggiate ecologiche e percorrere i sentieri accompagnati da guide esperte che conoscono la biodiversità dei vari ambienti che si possono individuare sull’isola di San Domino nella “fascia costiera” caratterizzata dal limonio, finocchiastro marino etc.; la “gariga” profumata di rosmarino, cisto,violaciocca,erica etc.; nella “macchia-boscaglia” dove tra alberi di pino d’Aleppo, leccio, erica arborea, ginestra, si mescolano arbusti di mirto e lentisco, etc. ; nella “prateria” che, quando è ricca di umidità, abbonda di margherite, alisso,asfodeli; quando invece è arida, per effetto della scarsa piovosità, dell’insolazione e dei venti, prevale di erbe ad alto e medio fusto come il barboncino e il miglio selvatico.

 

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Didascalie:

0-Rada di San Domino, capi di bestiame trainati a riva con i barconi dei pescatori.

Archivio Delli Santi.                                                 

1-San Domino, 1950 – Sciusco Francesco (Ciccillo) conduce al pascolo il gregge di Vincenzo Carducci.

2-San Domino, 1950 – Le casette del villaggio rurale.

3-5- San Domino, 2022- Il gregge di Dino Greco

Foto di Teresa Neri.

6- le galline ovaiole Australorp.

7- 9- San Nicola, 2022 – La macchia mediterranea mista a Lentisco sul Pianoro- Foto di Maria Teresa De Nittis.

10-15- San Nicola, 2017 – la cisterna sullaradura del Prato Asinario. Le caprette rustiche allo stato brado.

 Foto di Maria Teresa De Nittis.

16-18- San Nicola, 2017 – Cespugli di Euforbia e Lentisco.

Foto di Maria Teresa De Nittis.

19- San Nicola, 2022 – Ruderi di villa romana, poi “casa del mandriano”.

Foto di Maria Teresa De Nittis.

20- 22- San Domino, 2022 – prodotti ortofrutticoli .

 Foto di Maria Teresa De Nittis.

23- San Domino- Un’antica ghiottoneria tremitese: bulbi di lampascioni (crescono a 10-30 centimetri di profondità).

Foto di Tonino De Nittis.

24- San Domino- La pineta a Tramontana.

25- San Domino, 2022 -Emilio Sciusco al lavoro nel vigneto di famiglia.

Foto di Mara Sciusco.

26-31- San Domino- Vigneto, uliveto e alberi da frutto dei F.li De Nittis.

32-San Domino – Vasca dei Benedettini [1950], Emilio Sciusco e Michele Martella fotografati mentre caricano i barili d’acqua sul somarello.

(archivio famiglia De Nittis).

33-Zio Ciccillo” e l’inseparabile “Barone”, l’asinello utilizzato per la soma ma soprattutto per il trasporto di barili d’acqua, dalla cisterna dei Benedettini alle abitazioni del villaggio rurale di S. Domino, prive di acqua corrente.

 (archivio famiglia De Nittis).

34-S. Domino – Boschetto a Tramontana e gli ultimi asinelli di Tremiti – 19 maggio 1964. Fotografia spedita da Alba Sciusco alla figlia undicenne Maria Teresa De Nittis in collegio a Brescia. Sul retro della fotografia una nota autografa di Alba Sciusco: “ Peppinella e zio Emilio. Giorno 1 maggio nato Gustavino”.

(archivio famiglia De Nittis).

35- San Domino, Cameroni dei confinati, anni ’50 –  nonno Giuliano Sciusco e Barone.

(archivio famiglia De Nittis).

36- Villaggio di San Domino, anni ‘50 – Mitezza e pazienza di Barone con i bambini del villaggio.

(archivio familiare De Nittis).

37- Villaggio di San Domino, anni ‘50 – Maria Teresa e Barone.

(archivio familiare De Nittis).

38-40- Cartine con i toponimi delle tre isole maggiori dell’arcipelago delle Tremiti.

Foto di copertina: Impianto del vigneto, San Domino, zona Tramontana, 1980 – Domenico De Nittis col trattorino.

(archivio famiglia De Nittis).

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