Il rumore del fuoco. Mimino, l’ultimo carbonaio di Tremiti

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di Maria Teresa De Nittis

Da bambina,seguivo mio padre che andava ancora a “governare il fuoco”nel boschetto a Tramontana, ma per un uso ormai molto limitato; aveva sempre le unghie listate di nero e i polpastrelli ustionati, ma non faceva più il carbonaio.In quegli anni del dopoguerra, non esistevano ancora  le stufe elettriche e a gas, che in pratica hanno anticipato il moderno ed attuale  impianto di riscaldamento,  nelle casette del villaggio rurale a San Domino,con i primi freddi,penetrava anche tanta umidità serale, per riscaldarsi,in un angolo del vano della cucina si accendeva  il braciere; poi la famiglia si ritirava a letto, col mattoncino caldo per i piedi. I pini di San Domino hanno una storia da  raccontare impressa nella”memoria” della corteccia,quando da quel bosco si prelevava tutto quanto era possibile da sfruttare. Come avveniva per la resina, prezioso composto prima dell’avvento della chimica organica.Negli anni ’50 la fitta pineta di San Domino si presentava notevolmente ridotta di estensione per i gravissimi danni subiti,per via degli inconsulti tagli abusivi dalla popolazione per il riscaldamento e di altre 1.011 piante di pino danneggiate irrimediabilmente per la resinazione, eseguita dallo stesso Comune delle Isole Tremiti. Per estrarre la resina si praticavano, sul tronco liberato dalla corteccia, incisioni a V profonde circa un centimetro. Tale pratica prevedeva solitamente tre cicli di resinazione della durata di 5/10 anni ciascuno. Quando il tronco raggiungeva il diametro sufficiente, si praticavano incisioni a spina di pesce, che insistevano su un terzo della circonferenza. Dalle “ferite” usciva una certa quantità di resina, che veniva convogliata dalle incisioni in piccoli recipienti, dai quali era periodicamente raccolta.Al termine dei tre cicli di resinazione l’intera circonferenza della pianta era coperta da “cicatrici” e l’albero non era più in grado di sopravvivere. Non restava che abbatterlo e sfruttarne la legna.Una volta raccolta, la resina veniva lavorata con il fuoco e raffinata, fino alla produzione di pece e trementina. Come la resinazione anche la produzione del carbone vegetale è stata una attività economica importante per parecchie realtà locali d’Italia nei secoli passati fino agli anni ’50 e ’60 del secolo scorso.Mio padre, poco più che adolescente, veniva da Peschici  con altri compaesani,a far carbone a San Domino. La squadra di carbonai provenienti dal Gargano si fermava nel villaggio almeno una settimana,il tempo necessario di ricavare qualche quintale di carbone. Sceglievano uno spiazzo di circa 20 mq, ponevano al centro un palo di circa 10 cm di diametro alto circa 3 metri; attorno costruivano un castello (o canina) con pezzi di legna lunga circa 20 cm poggiati orizzontalmente gli uni sugli altri a quadrato e su questi si accatasta tutto attorno la legna fatta di bastoni della lunghezza di circa un metro, formando un cono a cupola alto circa due metri e del diametro di circa 6 metri; ai piedi all’esterno si costruiva una siepe di rami intrecciati alta circa 30 cm e dello spessore di circa 10–15 cm con lo scopo di consentire la circolazione dall’esterno all’interno della quantità di aria idonea ad assicurare la giusta cottura.Ricoprivano quindi il resto con fogliame tenuto fermo con dei bastoni e aggiungevano uno strato di terra per impedire il contatto diretto dell’aria con la massa legnosa. A lavoro finito sfilavano il palo centrale e nel foro lasciato libero, che fungeva da camino, facevano cadere delle braci accese fino a innescare la combustione, che poi andava regolata chiudendo il camino con pezzetti di legna, foglie e terriccio per far uscire il fumo molto lentamente dall’intera superficie esterna dello spiazzo. Il processo di carbonizzazione poteva durare fino a 5 o 6 giorni.I carbonai  alloggiavano nelle casette dei pescatori ,dormivano su pagliericci ,e per poche lire,usufruivano anche di un pasto caldo. La famiglia Sciusco ospitò mio padre Mimino nel ’47 e in quella circostanza conobbe Alba, la loro figlia sedicenne,che pochi anni dopo sarebbe diventata sua moglie.

Nel Novecento il carbone era indispensabile per alimentare camini, bracieri, stufe a legna e ferri da stiro. Il carbonaio e il venditore di carbone, erano figure molto richieste. Oggi appartengono al passato con  altri mestieri perduti e inghiottiti dal consumismo sfrenato che ci ha abituati a buttare via le cose che si potrebbero recuperare e aggiustare. L’arte aguzza l’ingegno dicevano i nostri nonni e loro d’ingegno ne avevano tanto anche nel crearsi un mestiere.

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1-1946, Fototessera di Mimino

2-Agosto 1954,Mimino con la primogenital Maria Teresa

3-Villaggio rurale di San Domino.La casa della famiglia Sciusco

4- Inverno 1958,villaggio rurale di San Domino. Maria Teresa a cinque anni

5-6-“Storie Piccerelle”di Tremiti. Copyright © 2019 by Maria Teresa De Nittis

7- Maria Teresa De Nittis, Mimino Il Taglialegna,maiolica cm 21 x 35

8- Maria Teresa De Nittis, Pineta Cala dello Spido (San Domino), carboncino,cm 24 x 33

9-Maria Teresa De Nittis, Incendio a Tramontana (San Domino), carboncino,cm 22 x 17

10- Maria Teresa De Nittis, Sottobosco a Punta Secca(San Domino), carboncino,cm 22 x 17

11-Maria Teresa De Nittis, Sentiero a Tramontana, acrilico su tela, cm.33 x 45

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